venerdì 30 dicembre 2016

Troppo amore ti ucciderà. Brian May.



 
Too much love will kill you.
Brano scritto da Brian May nel 1988 con l’obbiettivo di inserirlo, l’anno dopo, nell’album dei Queen The Miracle ma all’ultimo momento fu escluso perché ritenuto poco convincente.

Nel 1992 è pubblicato dallo stesso May come singolo estratto dall’album Back to the light, primo album da solista del talentuoso chitarrista di Twickenham.

Una ballata dal sapore “rock”, avvolgente e malinconica che ci racconta della potenza distruttiva dell’amore quando l’intensità diventa incontrollabile.

Il testo è una poesia tragica dove il dolore si mescola ad una lieve nostalgia, una sensazione destinata ad essere definitiva, ma se unita alla melodia ci culla fino all’abbandono totale.

 



A seguire alcune versioni del brano:

L’originale in chiave acustica.
La versione live nel 1992 a Wembley nell’indimenticabile concerto-tributo a Freddie Mercury.
La versione dal vivo firmata Queen, dalla voce dello stesso Mercury.
Infine la versione al Pavarotti and Friends in duetto con il tenore modenese.
 

 
 
 

martedì 27 dicembre 2016

I "guardiani" della giungla. Wilfredo Lam.


Autore:   Wilfredo Lam

Titolo dell’opera: La giungla – 1943

Tecnica: Guazzo su carta montata su tela

Dimensioni: 239 cm x 230 cm

Ubicazione attuale:  Museum of Modern Art, New York.
 
 
 


In primo piano, ai margini di una folta foresta, appaiono quasi fuse con la vegetazione delle strane creature, esseri misteriosi che sembrano creati dalla giungla stessa.

Il mistero di questi guardiani nati dall’immaginazione dello stesso pittore rimane insoluto, figure che ci riportano alle maschere africane, agli spiriti caraibici che vivono a stretto contatto con la natura e rappresentati con un’evidente influenza delle forme legate al cubismo formativo.

La foresta appare intricata e le figure che si parano davanti impediscono qualsiasi tentativo di penetrarla. Ha cosi il sopravvento un senso di protezione verso la natura sempre più in pericolo.

La quasi definitiva sconfitta dell’uomo riguardo alla conservazione naturale demanda questo compito disperato all’essenza spirituale di presenze dall’anima non ancora corrotta, che rimangono l’ultima speranza rimasta prima di varcare la linea di non ritorno.

Lam si lega per un certo periodo al surrealismo, le origini cubane ne influenzano lo stile e sono congeniali all’idea del movimento artistico che dava la precedenza agli istinti irrazionali del subconscio.

venerdì 23 dicembre 2016

Il fumetto e la sublimazione della generazione Pop. Roy Lichtenstein.


Autore:   Roy Lichtenstein

Titolo dell’opera: In the car – 1963

Tecnica: Magna su tela

Dimensioni: 172 cm x 203,5 cm

Ubicazione attuale:  Scottish National Gallery of Modern, Edimburgh.
 



Lo stile diretto e i colori primari espressi con forza colpiscono l’osservatore che "incontra" questi fumetti in formato gigante.

Il dipinto, come molte altre opere del pittore newyorchese, è la riproduzione della vignetta originale, imitazione fedele anche nei più piccoli particolari. Infatti è riprodotta  anche  la grossolana retinatura dovuta alla qualità piuttosto scarsa della carta utilizzata per i fumetti.

Le immagini originali fanno parte di una serie, di una storia, raccontate all’interno di albi o strisce che quotidianamente apparivano sui giornali.

Lichtenstein invece la estrae dal contesto e la presenta come un’opera unica, con l’obbiettivo di mostrare l’estetica contemporanea dell’America degli anni sessanta.

Esponente di prim’ordine della Pop Art, Lichtenstein cerca la trasformazione in forme artistiche di manufatti e prodotti di largo consumo mostrandoci quanto le forme comuni possono riconvertirsi in opere d’arte.

 

lunedì 19 dicembre 2016

La memoria di un dolore. Pellizza da Volpedo.


Autore:   Pellizza da Volpedo (Giuseppe Pellizza)

Titolo dell’opera: Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) – 1889

Tecnica: Olio su tela

Dimensioni: 107 cm x 79 cm

Ubicazione attuale:  Accademia Carrara, Bergamo.





«Tornato immediatamente da Parigi colpito dalla morte di mia sorella Antonietta, volli ricordare il mio dolore con una mezza figura intitolata appunto “Il ricordo di un dolore"»

Con queste parole, scritte in una lettera all’amico Vittorio Pica, Giuseppe Pellizza racconta il senso di quest’opera.

Il pittore alessandrino trasferisce i propri sentimenti nel ritratto della giovane modella Santina Negri, che interpreta magistralmente la tristezza e l’angoscia provati per la perdita di una persona cara.

La scena è di grande impatto, la stanza, di cui si vede solo una piccola parte, sembra vuota, senza alcun orpello e ci da una sensazione di smarrimento.

La giovane è seduta, quasi abbandonata, sulla poltrone e lascia che lo sguardo si perda nel nulla, nell’espressione del viso si notano espressioni di grande angoscia, il dolore, la consapevolezza che ciò che è stato non sarà più.

La mano sinistra è l’unico indizio di un tentativo di reazione della ragazza, infatti sembra volersi aggrappare ad una forse illusoria speranza.

Il braccio destro è invece abbandonato in grembo e lascia il libro dove si nota un fiore essiccato, forse una viola del pensiero, un tentativo di lenire il dolore. Infatti il fiore stesso nella simbologia riporta a pensieri che malinconicamente ci riallacciano con ciò che più ci è stato caro.

Il taglio netto dei colori, dal blu della gonna al bianco della camicetta, divise dalla fascia gialla che ne riduce il contrasto, fino alla porta che intravediamo alle spalle e che si insinua nello sfondo monocromatico, il tutto ci racconta l’istante con realismo e ci coinvolge nel turbinio di emozioni, tanto da esserne emotivamente partecipi.

venerdì 16 dicembre 2016

I percorsi artistici e l'evoluzione culturale.


L’avvento della fotografia nella seconda metà del diciannovesimo secolo ha spinto la pittura verso nuove forme espressive, il ritratto, il paesaggio e la rappresentazione della realtà sono appannaggio della neonata arte fotografica.

La pittura decide di intraprendere altre strade, prende vita il "modernismo", nascono l’espressionismo, il cubismo, l’astrattismo delle numerose avanguardie che esplorano un mondo nemmeno sfiorato fino ad allora.

Qualche decennio dopo, la comparsa della fotografia digitale da a chiunque la possibilità di trasformarsi in fotografi, le “macchine” si fanno sempre più potenti e al contempo sono alla portata di tutti (in particolare gli smartphone) e quasi chiunque può pubblicare (l’esplosione dei social garantisce a tutti una piccola o grande vetrina) un paesaggio, un ritratto o qualsiasi altro soggetto, reso ancor più accattivante dal successivo lavoro di post-produzione. 

I grandi fotografi a questo punto cercano un’altra dimensione, lasciano la descrizione e si cimentano con il racconto, la grande fotografia diviene più “concettuale” l’astrazione delle forme e del pensiero sostituiscono la pura descrizione di ciò che ci circonda (l'esempio nella prima immagine, uno "scatto" di Rut Blees Luxemburg).
La pittura deve cambiare di nuovo strada, differenzia nuovamente la via da percorrere e spesso ci troviamo davanti ad opere “realistiche” o ancor più che tali, siamo di fronte all’iperrealismo, che se negli anni settanta quando nacque questa corrente, cercava di “contrastare”  l’arte dalle forme indefinite, oggi sembra voler fare quello che la fotografia non fa più: descrivere ciò che vediamo.

A questo punto mi pongo una domanda: l’iperrealismo è una naturale evoluzione nel tempo di quello che fu il movimento degli anni settanta o un modo di riempire il vuoto lasciato dai grandi fotografi impegnati su altri fronti?

E' un ritorno ciclico al passato oppure è la pittura stessa che non riesce ad andare oltre le sperimentazioni finora conosciute?

Il mio quesito non vuole sminuire questo “genere” pittorico anzi, in moltissimi casi ci troviamo di fronte ad autentici capolavori (nella seconda immagine un esempio dell'iperrealismo di Ralph Goings) che mostrano il talento e la straordinaria capacità interpretativa degli artisti.

Il dubbio riguarda il pensiero artistico proiettato al futuro che vede la scultura, le performance e le installazioni alla ricerca di nuove esperienze mentre la pittura sembra (nella maggioranza dei casi) preferire la certezza del presente.

O siamo semplicemente di fronte al desiderio artistico di tornare a vivere la realtà?

lunedì 12 dicembre 2016

Il perpetuo moto delle "onde", Bridget Riley.


Autore:   Bridget Riley

Titolo dell’opera: Cataract 3 – 1967

Tecnica: Emulsione su tela

Dimensioni: 222 cm x 223 cm

Ubicazione attuale:  British Council, London.
 
 
 


Onde di diverso colore, turchesi, rosse e grigie, danzano sulla tela dando una netta sensazione di movimento.

Il quadro sembra distorto, non si intravede minimamente quella che è la superficie della tela, nella realtà è naturalmente piatta ma la distorsione delle linee crea una profondità senza fine.

Esponente di spicco del movimento dell’Op Art, la pittrice inglese ha sempre considerato il movimento delle forme nell’arte come un naturale elemento che fa parte della natura come le montagne o le nuvole.

I suoi dipinti non sono un insieme di parti composte da forme e colori ma assumono una magica unione che scaturisce nella “musicalità” della pittura.

Difficile riuscire ad entrare immediatamente in contatto con quest’opera, solo un costante avvicinamento ci da la possibilità di comunicare con il dipinto con il rischio di rimanerne ipnotizzati e di conseguenza non riuscire ad andare fino in fondo, sino al cuore del “movimento” continuo delle onde.

giovedì 8 dicembre 2016

I capolavori nel dipinto. Jan Van Eyck.




Famosissimo dipinto di Jan Van Eyck, “I coniugi Arnolfini” più che un’opera può essere considerato un’insieme di “quadri”, una raccolta di interessanti particolari.

E’ su uno di questi che mi voglio concentrare.
Al centro del dipinto, sullo sfondo appeso alla parete, troviamo uno specchio dalla forma quantomeno curiosa.
Sono due i motivi che meritano l’attenzione, la cornice e ciò che lo specchio riflette.
Nella cornice in legno troviamo incastonati dieci piccoli “dipinti”, altrettante rappresentazioni della passione di Cristo.
E’ evidente l’obbiettivo di raccontare, di dichiarare la grande fede dei due novelli sposi. Ma perché utilizzare questo stratagemma se non per mettere in evidenza l’immenso talento dell’artista stesso?
 
La passione di Cristo sta anche a ricordare le tribolazioni di tutti i giorni.
Da sottolineare il riflesso della luce su ogni singolo “quadro”.
Ma è sicuramente lo specchio e ciò che riflette ha lasciare un’impronta indelebile all’opera nel suo insieme.
Vediamo la coppia di spalle mentre i fondo sulla porta d’entrata della stanza si scorgono due figure, una con un copricapo blu, l’altra con uno rosso. Si pensa che quest’ultimo sia l'autoritratto di Van Eyck.
Infatti per essere convalidate le nozze dovevano essere presenti due testimoni, e uno quasi sicuramente era il pittore stesso, ipotesi confermata dall’incisione posta sopra lo specchio. Come ulteriore conferma Van Eyck scrive sul muro “Johannes de Eyck fuit hic 1434” (Johannes Van Eyck fu qui 1434) come a confermare la propria presenza e a dare la giusta legittimità al matrimonio.
Altri numerosi simboli si nascondono (o sono evidenziati) nel dipinto, dai preziosi monili e tappeti che ci ricordano dell’agiata vita della coppia, al curioso lampadario con una sola candela accesa, simbolo dell’amore eterno. La candela accesa compare spesso nei dipinti che raffigurano l’Annunciazione.
Le arance vicino alla finestra, frutto raro a quelle latitudini, potrebbero simboleggiare l’origine mediterranea della coppia.
Il cagnolino ai piedi della sposa è senza dubbio la rappresentazione della fedeltà.
Interessante notare la testiera del letto, vi è intagliata una figura femminile con ai piedi un drago, potrebbe rappresentare Santa Margherita protettrice delle partorienti (infatti, nonostante i pareri contrari, la mano posata in grembo e la posizione della donna non escludono che la stessa possa essere incinta) ma appesa vi è una spazzola che ci ricorda Santa Marta patrona della casa.
Tantissimi piccoli e grandi particolari che fanno di quest’opera l’emblema di una narrazione storica e che conferma l’immenso talento di Van Eyck.
 
Jan van Eyck - I coniugi Arnolfini. 1434
Olio su tavola - cm. 82x60
National Gallery, London
 

sabato 3 dicembre 2016

Glossario dei termini tecnici, Tempera.





Tecnica pittorica che utilizza i pigmenti in polvere legati da una miscela a base di rosso d’uovo e acqua.

Fu la tecnica più comune per la pittura su cavalletto fino alla fine del quindicesimo secolo (nella prima immagine particolare di: Maestà della Madonna di Cimabue)

La tempera era generalmente applicata su una tavola di legno coperta da più strati di gesso.

L’assorbimento da parte del gesso e la rapida essicazione della tempera richiedevano un’esecuzione veloce e precisa, senza possibilità di ripensamenti.

Malgrado il suo uso sia andato diminuendo in favore della pittura a olio, la tecnica ha trovato cultori anche tra gli artisti del ventesimo secolo (seconda immagine, G. Balla – Mercurio transita davanti al sole).
 
 

(Fonte : The art book)